Paolo Crepet e l’educazione dei figli oggi: perché il suo messaggio dà fastidio ma serve ai genitori

Paolo Crepet divide. C’è chi lo ama e chi lo liquida in due secondi con etichette comode: “è troppo diretto”, “è datato”, “è boomer”. Eppure, ogni volta che pubblico un video in cui riprendo una sua riflessione, succede sempre la stessa cosa: i genitori commentano, discutono, si accendono. Segno che il punto toccato è scoperto. E quando fa male, vuol dire che è vero.
Io non condivido Crepet per provocare o per nostalgia. Lo condivido perché quello che dice coincide in modo impressionante con ciò che vedo ogni giorno nel mio lavoro con le famiglie. Genitori stanchi, confusi, pieni di sensi di colpa, che hanno scambiato l’amore per il “dare tutto” e la protezione per l’assenza totale di frustrazione. Il risultato? Figli fragili, facilmente annoiati, incapaci di reggere un no, una critica, una fatica.
Crepet insiste su un punto che oggi è quasi diventato indicibile: educare non è rendere la vita facile ai figli, ma prepararli alla realtà. E la realtà non è fatta solo di gratificazioni, applausi e comfort. È fatta di limiti, attese, fallimenti, frustrazioni. Quando un genitore evita sistematicamente tutto questo, non sta proteggendo: sta sottraendo al figlio gli strumenti per crescere.
Molti genitori mi dicono: “Ma io lo faccio per amore”. Certo. Ma l’amore senza confini non educa, anestetizza. Dire sempre sì non rende felici, crea dipendenza. Riempire i figli di cose, attività, stimoli continui non alimenta il desiderio, lo spegne. Un bambino che ottiene tutto subito non impara ad aspettare, e senza attesa non nasce né la motivazione né il senso delle cose.
Qui Crepet è brutale, ed è per questo che dà fastidio. Perché ribalta una narrazione molto comoda per gli adulti: quella del genitore-amico, del genitore che non vuole essere “traumatico”, del genitore che evita il conflitto a ogni costo. Ma il conflitto non è un fallimento educativo. È parte della relazione. È il luogo dove il bambino sperimenta che esiste un altro da sé, con limiti, regole, responsabilità.
Essere genitori autorevoli non significa essere rigidi o freddi. Significa essere presenti, coerenti, capaci di reggere la frustrazione dei figli senza crollare. Significa dire no e non ritirarlo per quieto vivere. Significa accettare di non piacere sempre. Questa è una verità scomoda, ma fondamentale: un buon genitore non è quello che viene sempre ringraziato, ma quello che resta solido mentre il figlio attraversa le sue tempeste.
Un altro punto che ritrovo fortissimo nelle parole di Crepet è la questione del vuoto. I ragazzi oggi non soffrono tanto per ciò che manca, ma per ciò che è stato riempito troppo. Agende piene, schermi ovunque, stimoli continui. Nessuno spazio per annoiarsi, per inventare, per stare con se stessi. Ma senza vuoto non nasce il pensiero. Senza silenzio non nasce il desiderio. Senza fatica non nasce l’autostima.
E poi ci stupiamo se i ragazzi cercano emozioni forti, scorciatoie, visibilità immediata. Se non hanno mai costruito dentro di sé una direzione, è normale che si aggancino a qualsiasi cosa prometta riconoscimento rapido. Anche qui, prima di puntare il dito sui figli, sarebbe onesto guardare lo stile educativo che abbiamo proposto.
Il punto non è essere d’accordo su tutto con Crepet. Il punto è avere il coraggio di ascoltare ciò che disturba, perché spesso è lì che c’è il lavoro da fare. Educare oggi richiede adulti più forti emotivamente, non più permissivi. Richiede genitori che si facciano domande scomode prima di cercare soluzioni facili.
La morale, per me, è chiara: non possiamo pretendere figli autonomi, resilienti e responsabili se noi per primi evitiamo il disagio, il limite e la responsabilità. L’educazione non è un atto di compiacimento, è un atto di coraggio. E sì, a volte fa arrabbiare. Ma crescere non è mai stato comodo, per nessuno.
Se questo tema ti ha toccato, è normale. È da lì che si parte. E il cambiamento, anche in famiglia, comincia sempre dagli adulti.
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