Professore fa filmare la classe per i social: dove finisce la didattica?

Negli ultimi anni è nato un fenomeno nuovo: gli insegnanti che diventano star dei social. Video virali, milioni di visualizzazioni, follower che aumentano ogni giorno.

Di per sé non è un problema.
Un insegnante che comunica bene e riesce a rendere interessante una materia è una fortuna per tutti.

Il punto è un altro.

Cosa succede quando la classe diventa un set? Quando gli studenti diventano contenuti? Quando la logica dei social entra dentro la valutazione scolastica? Non sto facendo il giudice. Ma qualche domanda è inevitabile.  Nel caso che in questi giorni sta facendo discutere – quello del professore diventato molto famoso sui social – emergono alcune pratiche che meritano una riflessione seria.

Secondo quanto raccontato da studenti e ricostruzioni giornalistiche:

* durante le lezioni venivano registrati video
* gli studenti filmavano il professore mentre spiegava
* in aula venivano realizzati contenuti destinati ai social
* i video venivano caricati su piattaforme come YouTube
* gli studenti erano invitati a seguire le live online

Fin qui qualcuno potrebbe dire: “È un modo moderno di insegnare.” Ma il punto critico arriva dopo. Secondo diverse testimonianze, la partecipazione alle attività social del professore avrebbe avuto un peso nella valutazione.

In particolare:

* gli studenti dovevano seguire le live su YouTube
* dovevano commentare i contenuti
* spesso era richiesto uno screenshot come prova
* alcune interrogazioni riguardavano ciò che veniva detto nelle live
* in palio c’erano voti più alti sul registro
* chi portava più like poteva ottenere un voto in più

A questo punto la domanda è inevitabile.

Stiamo parlando di didattica o di algoritmo? Perché qui lo studio sembra passare in secondo piano. A contare diventa la visibilità. C’è poi un’altra contraddizione evidente. Da una parte molte scuole stanno cercando di limitare l’uso degli smartphone in classe. In diversi istituti i telefoni vengono ritirati all’ingresso o vietati durante le lezioni.

Dall’altra parte si tollerano situazioni in cui:

* i telefoni vengono usati per registrare video
* i contenuti vengono pubblicati online
* gli studenti partecipano alla produzione dei materiali

Il messaggio che arriva ai ragazzi è confuso.

Il cellulare è un problema… oppure è uno strumento per fare marketing?

Il nodo della privacy dei minori

Poi c’è una questione ancora più delicata.

Quando si parla di scuola, si parla di minori

La normativa europea sulla privacy – il GDPR entrato in vigore nel 2018 – stabilisce regole molto precise sulla raccolta e sull’utilizzo delle immagini delle persone, soprattutto se minorenni.

Riprendere studenti in classe e pubblicare contenuti online solleva diversi interrogativi:

* consenso informato
* utilizzo dell’immagine
* finalità della pubblicazione
* eventuale monetizzazione delle piattaforme

Se un contenuto pubblicato genera visibilità o entrate economiche, il tema diventa ancora più sensibile.

Per questo molti esperti parlano di sovraesposizione dei minori sui social.

Quando l’istruzione rischia di diventare un reality

La scuola ha un compito preciso: **insegnare, formare, far crescere.

Quando però la dinamica dei social entra nel cuore dell’attività scolastica, il rischio è evidente.

* la lezione diventa contenuto
* lo studente diventa pubblico
* il voto diventa incentivo
* la classe diventa un palcoscenico

A quel punto non siamo più nel terreno dell’educazione.

Siamo nel terreno dello spettacolo.

La domanda che ogni genitore dovrebbe farsi

Io lavoro con i genitori da quasi trent’anni.
E una cosa l’ho imparata bene: quando si parla di scuola, la fiducia è fondamentale.

Affidiamo ai docenti i nostri figli per ore ogni giorno.
Non solo per imparare matematica o fisica, ma per crescere come persone.

Per questo la domanda finale è semplice.

La cattedra deve formare studenti o costruire follower?

E soprattutto:

👉 Tu lo vorresti un insegnante così per tuo figlio?

Se vuoi, scrivimi cosa ne pensi.

 

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